L’epoca del ‘‘Dico quello che voglio’’ è finita
Dott. Leul G. Haylemariam
Fondatore & Managing Director, Bridge Impact Advisory
Autorità di regolamentazione, investitori e cittadini stanno ridefinendo il panorama economico globale. I governi di tutto il mondo stanno introducendo nuove normative che impongono alle aziende di rendicontare il proprio impatto ambientale e sociale. L’epoca in cui si poteva dire ‘‘qualsiasi cosa si volesse’’ è ormai finita. Chi non effettua la rendicontazione è fuori conformità; e la conformità sta diventando il costo fondamentale per fare impresa. I capitali si stanno spostando verso le aziende che affrontano i fattori ESG con serietà. Gli investitori, incluse banche e azionisti, pongono quesiti sempre più rigorosi: esigono di sapere in che modo trattate il pianeta, il vostro personale e la vostra governance. Se ignorate i parametri ESG, pagherete tassi più elevati per accedere al credito o non otterrete alcun finanziamento. L’opinione pubblica osserva con attenzione: clienti, dipendenti e la vostra comunità hanno a cuore i principi per cui vi battete. Premiano la trasparenza e puniscono il greenwashing. La fiducia non viene più concessa a priori, va conquistata sul campo. Queste forze non agiscono isolate, ma convergono, trasformando la sostenibilità ESG da un elemento accessorio a un requisito irrinunciabile. Il messaggio è inequivocabile: l’ESG non è un onere, è un’opportunità.
Eppure, le PMI e le startup di tutto il mondo faticano ad adattarsi a questa nuova realtà legata all’ESG. In Europa, ad esempio, sono sommerse dalla burocrazia. Nuovi quadri normativi come la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) richiedono un’informativa dettagliata sulla sostenibilità, ma le piccole imprese non dispongono delle risorse necessarie per tenere il passo. Il 26% delle PMI europee indica i requisiti di rendicontazione ambientale come una sfida complessa, mentre il 53% non ha una strategia per la neutralità climatica né prevede di svilupparla. In Africa, la barriera principale è rappresentata dai costi: conformarsi agli standard ESG è dispendioso, e parametri concepiti per i grandi gruppi multinazionali non rispecchiano le realtà africane. Sono sfide diverse nella forma, ma che conducono al medesimo risultato.
La radice del problema risiede in una profonda discrepanza tra ciò che viene richiesto e ciò che è concretamente realizzabile. A differenza delle grandi aziende, le PMI devono fare i conti con budget ristretti, team essenziali e priorità in conflitto tra loro. Quando entra in vigore una nuova direttiva, non possono permettersi il lusso di mesi di preparazione: reagiscono frettolosamente, spesso in modo inadeguato, sperando che basti. Ma oggi non è più sufficiente. La posta in gioco continua a salire: le grandi aziende richiedono metriche ESG certificate prima di sottoscrivere contratti di fornitura con PMI e startup, gli istituti di credito integrano i rating ESG nelle valutazioni di affidabilità e le istituzioni pubbliche vincolano l’assegnazione delle gare d’appalto alle performance di sostenibilità. Il messaggio è semplice: più a lungo PMI e startup rimandano, più difficile diventerà agire.
La scelta è netta. Imprenditori e dirigenti di PMI possono scegliere l’inerzia confidando che la pressione normativa si attenui, ma ciò non accadrà. Possono ridurre i requisiti ESG a una mera spunta formale di caselle burocratiche, ma questo non li proteggerà. Possono procrastinare sostenendo che adeguarsi comporti costi eccessivi, ma il prezzo reale dell’inazione è infinitamente più pesante: perdita di commesse e clienti, rincaro dei finanziamenti, esclusione dai mercati e contenziosi con gli enti regolatori. Oppure, possono cogliere l’ESG come una leva strategica per consolidare la fiducia degli stakeholder, attrarre capitali e tutelare la continuità del proprio futuro aziendale. Le imprese che agiscono oggi definiranno i mercati di domani: la vera domanda è se intendono guidare il cambiamento, accodarsi o restare irrimediabilmente indietro.
Il tempo stringe…